Competenze avanzate ignorate una volta in più nella PA: ADI critica l’inclusione dei diplomati ITS Academy come funzionari pubblici

L’ Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca in Italia – esprime forte preoccupazione per il recente provvedimento che apre le posizioni da funzionario pubblico ai diplomati degli ITS Academy. Gli Istituti Tecnici Superiori (ITS) sono scuole italiane di alta specializzazione tecnologica post-diploma, nate nel 2010, che offrono percorsi biennali o triennali mirati a formare tecnici superiori in settori strategici per l'economia. In base al decreto legge recante “Disposizioni urgenti in materia di reclutamento e funzionalità delle pubbliche amministrazioni” (cd. Decreto PA) approvato dal Consiglio dei Ministri n. 115 del 19 febbraio 2025, fino al 10% delle nuove assunzioni negli enti pubblici (Regioni, Province, Comuni) potrà essere riservato a candidati in possesso di un diploma ITS [1]. Pur condividendo l’obiettivo di aggiornare la Pubblica Amministrazione e colmare il divario di competenze e capacità progettuali più simili alle istituzioni europee, ADI denuncia il carattere miope di questa misura: manca infatti un chiaro piano di sviluppo incentrato sul miglioramento delle competenze avanzate. Inserire profili tecnici intermedi senza parallelamente potenziare formazione superiore e ricerca rischia di essere un anestetico anziché una soluzione strutturale. Le nostre istituzioni necessitano di personale altamente qualificato e versatile, capace di innovare e di rispondere alle sfide complesse; un risultato che si ottiene valorizzando l’alta formazione e le competenze trasversali, come richiamato anche dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza con l’obiettivo di creare un “nucleo di competenze di elevato spessore” per modernizzare la macchina statale [2], in linea con gli standard richiesti a livello europeo.

Standard europei vs. approccio italiano: Il provvedimento in questione evidenzia il perdurare di una visione miope nel reclutamento pubblico italiano, soprattutto se confrontata con le prassi europee. Mentre nell’Unione Europea si sottolinea da anni la necessità di rafforzare nelle pubbliche amministrazioni competenze specialistiche, capacità di innovazione e approcci evidence-based (favoriti dall’esperienza di ricerca), in Italia si continua a puntare su soluzioni estemporanee che non valorizzano la formazione avanzata. Questa scelta stride con la direzione tracciata a livello comunitario: come la stessa ADI ha recentemente rilevato, introdurre figure professionali “al ribasso” senza adeguate garanzie va in evidente contrasto con la valorizzazione della ricerca e con l’esigenza di garantire percorsi professionali dignitosi in linea con gli standard europei [3]. In altri termini, l’inclusione dei diplomati ITS nei ruoli di funzionario pubblico potrebbe colmare nell’immediato alcune carenze operative, ma non affronta il nodo centrale: la PA italiana fatica ad allinearsi alle best practice europee che richiedono investimenti strutturali in competenze di alto livello, capacità trasversali e innovazione continua. Senza un vero piano di crescita professionale – che includa completamento degli studi, aggiornamento costante e opportunità di ricerca applicata – il rischio è di avere personale giovane ma presto obsoleto, inserito in un contesto che non premia le progettualità di una formazione superiore in linea con le sfide del nostro tempo.

Dottorati e post-lauream ignorati: Il caso dei diplomati ITS è solo l’ultimo sintomo di una criticità più ampia: la sistematica mancata valorizzazione dei titoli post-lauream, in primis del Dottorato di Ricerca, nella Pubblica Amministrazione italiana. ADI denuncia da tempo l’assenza di qualunque forma di riconoscimento per il dottorato nei bandi pubblici, sia in ingresso sia in avanzamento di carriera [4]. Emblematico è che nei criteri di progressione interna introdotti di recente, il possesso di un dottorato non compaia affatto tra i requisiti per l’Area dei Funzionari e dell’elevata qualificazione [4]. Addirittura, in alcuni concorsi la valutazione dei titoli attribuisce al dottorato un peso irrisorio: ad esempio, un bando del MEF ha assegnato solo 3 punti su 100 al PhD, mentre l’anzianità di servizio poteva valere fino a 40 punti, con la laurea triennale a 20 punti e il semplice diploma di maturità a 15 [4]. Scelte del genere avallano l’idea (smentita dai fatti) che l’esperienza lavorativa da sola possa sopperire a competenze tecniche e trasversali tipiche di un percorso di studi avanzato [4]. Nel resto d’Europa l’alta formazione è invece considerata un valore aggiunto: molte amministrazioni e istituzioni comunitarie prevedono vantaggi o punteggi aggiuntivi per chi possiede un dottorato, riconoscendone l’apporto in termini di capacità analitiche, progettuali e di problem solving. Ignorare i nostri migliori cervelli formati – dottori di ricerca, assegnisti, specialisti post-lauream – significa privare la PA di competenze preziose in settori strategici (transizione digitale ed ecologica, valorizzazione del patrimonio culturale) e alimentare la fuga di talenti verso il privato o l’estero. È urgente invertire questa rotta: l’Italia non può permettersi di restare indietro mentre gli altri Paesi investono su figure ad alta qualificazione anche nell’amministrazione pubblica, soprattutto perché rappresenta uno dei comparti economici più rilevanti.

Il precedente del DDL Bernini-Resta: L’inclusione affrettata dei diplomati ITS ricalca, in altra forma, le criticità emerse nel recente disegno di legge Bernini-Resta (A.S. 1240/2024) sulla riforma del pre-ruolo universitario. Quel provvedimento – presentato come riforma per la “valorizzazione e promozione della ricerca” – di fatto introduceva nuove figure precarie e reintroduceva forme contrattuali già superate (come l’assegno di ricerca) in aperto contrasto con la normativa vigente e gli impegni del PNRR [5] . Non a caso, ADI ha ritenuto necessario rivolgersi alle istituzioni comunitarie: lo scorso febbraio la nostra Associazione ha presentato un esposto alla Commissione Europea denunciando il rischio di un aumento del precariato e il mancato rispetto degli obblighi assunti dall’Italia sulle carriere dei ricercatori [5]. Le nostre preoccupazioni hanno trovato piena conferma. Secondo fonti di stampa, la Ministra Anna Maria Bernini – durante un incontro con la CRUI – ha annunciato la sospensione dell’iter del DDL 1240 proprio in seguito alle proteste di questi mesi e ai ricorsi in sede europea presentati da FLC-CGIL e ADI [6]. Questo importante risultato – una vittoria per tutto il movimento che si oppone alla precarizzazione del lavoro di ricerca [6] – conferma la fondatezza delle criticità da noi sollevate. Se una riforma pensata per “valorizzare” la ricerca è stata bloccata perché rischiava di fare esattamente il contrario, ciò indica chiaramente che il sistema attuale di reclutamento e impiego delle alte competenze non funziona e necessita di una revisione profonda. Reintrodurre surrettiziamente forme di lavoro sottotutelate e sottopagate, senza eguali in Europa, come previsto in quel DDL [6], o aggirare il problema del ricambio generazionale abbassando i requisiti formativi (come nel caso degli ITS), sono strade che portano fuori rotta rispetto alla direzione seguita dagli altri Paesi avanzati.

Investire su competenze e ricerca, non su scorciatoie: ADI chiede con forza alle istituzioni di abbandonare questa logica emergenziale e di avviare invece un vero piano di sviluppo delle competenze per la Pubblica Amministrazione. Servono misure organiche e di lungo periodo, basate sulla qualità della formazione e sullo sviluppo di competenze nell’innovazione, che rendano la PA un motore che faciliti le attività di tutto un Paese. Ciò significa: valorizzare il dottorato di ricerca e i percorsi post-lauream nei concorsi pubblici (allineando finalmente l’Italia agli standard europei), incentivare l’ingresso di personale con competenze specialistiche avanzate in settori chiave, promuovere progetti di ricerca e innovazione all’interno della PA. Soltanto investendo su conoscenza e capitale umano d’eccellenza la Pubblica Amministrazione potrà davvero colmare il gap che oggi la separa dai partner europei in termini di efficienza e capacità innovativa ed efficacia. L’ADI, da parte sua, continuerà a vigilare e a farsi portavoce della comunità dei giovani ricercatori, affinché competenze e merito tornino al centro delle politiche pubbliche. La modernizzazione dello Stato non si ottiene con scorciatoie, ma con scelte coraggiose, basate sulla scienza e lungimiranti: valorizzare la ricerca e le competenze avanzate significa investire sul futuro del Paese.

Fonti:

1_ Ok del Cdm al decreto sul reclutamento nella Pa, ecco come cambiano i concorsi

2_ Reclutamento, la pubblica amministrazione apre ai diplomati ITS

3_ ADI al Senato: per la ricerca, contro il precariato, contro il DDL Bernini 1240

4_Progressioni verticali nella PA: fino al 2025 svalutazione dei titoli di studio

5_ Bloccato il ddl Bernini, ora no a mercanteggiamenti: servono un piano straordinario contro la precarietà e finanziamenti agli atenei

6_ L’associazione dei dottorandi presenta un esposto alla Commissione Ue contro la riforma Bernini: “Aumenta il precariato nella Ricerca”